
Dostoevskij fra il Cristo- Lgos e la filosofia moderna.
Abbiamo pi volte osservato che se lo strumento della filosofia 
la ragione, essa non  stata sempre intesa in modo univoco.
Accanto ad una ragione epistemica abbiamo notato l'ampio spazio,
talvolta la preminenza,  che fin dai tempi antichi molti filosofi
hanno dato ad una ragione noetica oppure ad una ragione che,
rifiutando qualsiasi pretesa epistemica, si  impegnata a
dimostrare che ad ogni lgos si pu contrapporre un altro lgos 
(Protagora). Poi la proposta cristiana che consiste nel ritenere
che sia esistita una persona, la cui vita e il cui insegnamento
hanno preteso di coincidere con il Lgos e con la Verit. E per
Dostoevskij: ... non c' nulla di pi bello di pi profondo, di
pi amabile, di pi ragionevole [il corsivo  nostro] e di pi
perfetto di Cristo (Lettera alla signora von Visine, 20 febbraio
1854).
Nei primi tempi del cristianesimo il rapporto con la filosofia
greca era stato piuttosto conflittuale. Da una parte coloro che
provenivano dalle scuole filosofiche dell'epoca erano convinti che
nessuna proposta sapienziale proveniente da paesi barbari potesse
essere paragonabile in dignit alla filosofia greca. Dall'altra i
cristiani ritenevano che la filosofia peccasse di presunzione, che
essa fosse identificabile con quella sapienza umana che Dio aveva
dimostrato essere stoltezza, come afferma lo stesso San Paolo (1
Cor 12, 18-25). Lo scontro raggiunse il suo culmine nei secoli
terzo-V dopo Cristo con la polemica fra cristianesimo e
neoplatonismo (Quaderno I/6, Il cristianesimo a confronto con la
filosofia greca e con il mondo romano). Intanto per il lungo e
difficile confronto aveva portato i cristiani ad apprezzare e
utilizzare gli strumenti concettuali della filosofia greca e molti
di loro avevano concluso che il Cristo- Lgos dovesse essere
inteso non come pazzia per la ragione, ma piuttosto come quella
sophia che la filosofia aveva sempre cercato e talvolta
intravisto. E la filosofia antica fu allora considerata come un
cammino verso la verit e la sapienza di cui il Cristo- Lgos
costituiva la chiave interpretativa ed il vertice. Di qui una
grande fiducia nella ragione, evidente nel circolo ermeneutico
agostiniano e in molta parte della filosofia medioevale.
Il dibattito era poi ripreso alla fine del Medioevo con
l'introduzione in Occidente del pensiero di Aristotele (Quaderno
I/6, Il dibattito nel tredicesimo secolo). All'inizio dell'epoca
moderna un tentativo originale di riproporre come vertice della
filosofia il Cristo- Lgos era stato compiuto da Pascal, il quale
aveva criticato le pretese onnicomprensive della razionalit
scientifica e il tentativo da parte di alcuni filosofi di
costruire una mathesis universalis, dimostrando quanto l'esprit de
gomtrie fosse inadeguato nell'affrontare il problema della
condizione umana. Poi aveva messo in evidenza la superiore
razionalit della soluzione data dalla dottrina cristiana nei
confronti delle teorie filosofiche antiche (in particolare
stoicismo e scetticismo), ma aveva anche constatato che il modo in
cui il Cristo- Lgos si era rivelato all'uomo aveva
caratteristiche dialettiche (un rivelarsi che era anche un
nascondersi) e che le varie dimostrazioni dell'esistenza di Dio
avevano scarsa efficacia su chi non era gi credente. Infine
Pascal aveva proposto come livello massimo di razionalit
possibile il calcolo delle probabilit. Nella situazione specifica
dell'esistenza umana, in cui  inevitabile la scelta, questo tipo
di calcolo  in grado di mettere in evidenza quanto sia pi
ragionevole scommettere per Dio, ma non pu pervenire ad un grado
tale di forza dimostrativa da evitare i rischi connessi ad una
scommessa (Quaderno secondo/3, Capitolo Sei, Introduzione, Il Dio
della filosofia e il Dio cristiano).
Nel secolo seguente l'illuminismo si era espresso in nome della
filosofia e aveva sferrato un durissimo attacco al cristianesimo,
ai Vangeli e alla stessa figura di Ges Cristo. La reazione dei
cristiani sul piano filosofico era stata piuttosto debole e
confusa. Fra le eccezioni ricordiamo l'abile contrattacco del
vescovo Berkeley, che aveva messo in evidenza le contraddizioni
del materialismo. Interessante  anche l'opera di Kant che da una
parte aveva dimostrato l'impossibilit di una dimostrazione
dell'esistenza di Dio (e del suo contrario), ma che aveva poi
recuperato l'esistenza dell'anima, dell'immortalit e di Dio
stesso come postulati della ragione in campo pratico. Nella prima
met dell'Ottocento infine si colloca il tentativo di Kierkegaard
di salvare il cristianesimo dall'imborghesimento con la proposta
di una fede che non chiede alla ragione alcuna garanzia.
Intanto la lotta contro il cristianesimo era andata avanti con la
Sinistra hegeliana, che aveva utilizzato nuovi strumenti teoretici
ed era giunta, con Feuerbach, alla prova della non-esistenza di
Dio. Ormai molti erano convinti che il lavoro teorico fosse
concluso, che la filosofia avesse conseguito una piena vittoria
sulla religione (confronta Quaderno terzo/1, Introduzione a Marx)
e in futuro sarebbe stato impossibile per chiunque confrontarsi a
fondo con il pensiero moderno contrapponendogli il Cristo- Lgos e
uscire vincitore dal confronto.
Nel 1812 le armate napoleoniche invasero la Russia e con esse si
diffusero le idee dell'illuminismo e della Rivoluzione francese.
Poi furono gli eserciti russi, vincitori, a marciare nel cuore
dell'Europa e ad arrivare fino a Parigi. L. Tolstoj fu
insuperabile nel descrivere, nel romanzo Guerra e pace, il
confronto tra la modernit, rappresentata da Napoleone, e quel
mondo premoderno rappresentato dalla Russia, che aveva affidato le
sue sorti, ancora pi che al suo esercito, all'icona della Madonna
di Kazan.
Per la Russia fu una grande vittoria militare e di popolo, ma
negli anni seguenti apparve chiaro che l'illuminismo si stava
prendendo la rivincita sul piano delle idee. Il dibattito tra la
filosofia illuminista e il cristianesimo trov molto presto un
terreno straordinariamente favorevole per una certa tendenza al
radicalismo tipica dell'animo russo. Nacque un particolare
movimento di intellettuali, chiamato intelligencija, il quale, pur
evidenziando sue caratteristiche specifiche, ripet le gesta del
partito filosofico della Francia del Settecento (maggiori
dettagli nel Quaderno terzo/9).
Dostoevskij si fece coinvolgere in questa battaglia delle idee
fin dalla giovinezza, quando partecip attivamente al Circolo di
Petrascevskij, gi orientato verso l'ateismo e il socialismo. Il
risultato fu l'arresto e  la condanna a morte, commutata poi
nell'esilio e nei lavori forzati in Siberia (1849). Dopo dieci
anni, morto lo zar Nicola I e andato al potere il figlio
Alessandro secondo, Dostoevskij ebbe la possibilit di porre
termine al suo esilio siberiano. Intanto egli aveva acquisito
nuovi strumenti di analisi, legati alla sua straordinaria
esperienza, con i quali cerc di comprendere cosa stesse
succedendo in Russia, dove intanto aveva preso piede la
generazione dei nichilisti, che aveva scelto come loro guida N.
G. Cerniscevskij (1828-1889), un filosofo apprezzato anche da Marx
per i suoi studi di economia (confronta l'Introduzione alla
seconda edizione del Capitale). Egli era famoso soprattutto per
essere l'autore di Che fare?, un'opera che ebbe uno straordinario
successo fra i giovani russi dell'epoca.
Dostoevskij interpretava la Russia come un campo di battaglia in
cui le idee provenienti dall'Occidente che lo avevano affascinato
negli anni della giovinezza si contrapponevano alla quasi
millenaria tradizione ortodossa russa. Quelle battaglie avevano
soprattutto carattere filosofico. Afferma V. Strada: Dostoevskij,
che, a differenza di Tolstoj, ignor nei suoi romanzi il tema
della guerra,  stato il pi grande scrittore di guerra: solo che
la guerra di cui egli fu lo storico  una guerra di tipo
assolutamente nuovo, poich i suoi campi di battaglia sono le
menti e le coscienze degli uomini, le sue armi micidiali sono le
idee, i suoi generali sono gli ideologi e le sue truppe sono gli
"uomini semplici"... (V. Strada, URSS-Russia, Rizzoli, Milano,
1985, pagina 434). L'originalit di Dostoevskij stava dunque
nell'essere lo storico di un tipo di guerra che avviene nel mondo
delle idee, di essere un corrispondente di guerra i cui servizi
dal fronte erano i suoi romanzi, da Delitto e castigo, a I
demoni, L'Idiota, I fratelli Karamazov. Proprio per la particolare
natura di questa guerra essi hanno un'impronta filosofica e la
profondit di alcune intuizioni in essi contenute  tale che esse
colpiscono ancora oggi per l'impressione di preveggenza che
possiedono.
Dostoevskij fu un corrispondente di guerra non distaccato e
imparziale, ma totalmente coinvolto nella battaglia. Egli si
riteneva una guida per il popolo russo. Come il generale M.
Kutuzov aveva condotto con grande saggezza e maestria l'esercito
contro Napoleone e lo aveva portato alla vittoria, cos egli si
assunse il compito di aiutare il popolo russo a resistere al
fascino delle idee che provenivano dall'Occidente.
Fin dall'inizio del nostro lavoro abbiamo cercato di mettere in
evidenza i grandi dibattiti all'interno della storia della
filosofia, a cominciare da quello che si svilupp fra i sofisti,
Socrate e Platone, forse il pi significativo ed affascinante
della filosofia antica (Quaderno I/2, I filosofi della grande
generazione). Con Dostoevskij ci troviamo di fronte ad un
protagonista del pi importante e suggestivo dibattito filosofico
dell'epoca moderna, quello fra il cristianesimo e l'illuminismo;
sia il cristianesimo sia l'illuminismo sono due fondamentali punti
di riferimento per l'uomo dell'epoca moderna ed entrambi hanno
continuamente chiesto alla ragione un sostegno e una conferma.
Per il filosofo russo, in accordo con Eraclito, la realt 
essenzialmente plemos, ma le battaglie che lo interessavano di
pi sono quelle che avvengono all'interno dell'uomo. Dostoevskij
voleva comprendere e far conoscere la dialettica dello spirito
umano, che egli immaginava come un vulcano in continua eruzione,
per arrivare a cogliere in profondit la dinamica di quella che
fra tutte le battaglie che avvengono nel mondo delle idee gli
sembra la pi importante: la battaglia che si svolge fra il Dio-
Uomo, cio Ges Cristo, e l'Uomo-Dio feuerbachiano, che
Dostoevskij considera il risultato teoretico pi significativo
realizzato dalla filosofia moderna.
Egli chiedeva alla ragione di confrontarsi con tutti i dubbi
possibili in nome di una verit a cui tendere, sempre accompagnata
dal dubbio, mai posseduta definitivamente.  Convinto che il Cristo-
Lgos non potesse essere sconfitto da nessuna forma di ateismo,
egli riteneva per che comunque fosse necessario metterlo alla
prova confrontandolo con tutti gli ostacoli che la filosofia
moderna gli aveva contrapposto, perch scegliere Cristo ed aver
paura dell'ateismo moderno gli pareva un atteggiamento
contraddittorio. Per questo Dostoevskij arriv ad immaginare le
forme pi profonde, forti e convincenti di ateismo. Nacquero cos
le grandi figure di Raskolnikov, di Ivan Karamazov, di Kirillov,
di Stavrogin e di altri, con le quali Dostoevskij anticipava le
posizioni del filosofo ateo pi radicale dell'Occidente, F.
Nietzsche.
Utilizzando il metodo suggerito dalla tradizione bizantina, che
insegna la teologia apofatica come l'unica possibile nei riguardi
del divino, Dostoevskij procede per dimostrazioni in negativo
(in sostanza ritiene che una tesi sia dimostrata ogni qualvolta si
riesca a dimostrare la falsit o l'assurdit del suo opposto) e
mette in evidenza le conseguenze che derivano dalla negazione del
Dio-Uomo e dall'affermazione dell'Uomo-Dio. Egli insiste
soprattutto sulla concezione antropologica che sta alla base del
pensiero moderno e che considera profondamente errata perch
sottovaluta la presenza del male e di componenti irrazionali
nell'uomo e nella storia. La sua convinzione  che le aspettative
collegate a queste teorie filosofiche siano senza fondamento e che
la storia s'incaricher di smentirle.
